Il 2 febbraio mia mamma avrebbe compiuto 82 anni… Chissà come sarebbe, cosa direbbe ad 82 anni… Da piccola non ci pensavo alla sua vecchiaia, la vedevo eterna, con la sua espressione indulgente, accogliente.

 

L’unica consolazione nel perdere la mamma presto, è che non la dovrai più perdere, non dovrai più aspettare quel doloroso momento del distacco, dell’abbandono. Ma il vero problema non è quando viene a mancare, bensì tutto il ‘dopo’, tutta l’assordante assenza che giorno dopo giorno raccogli e che non diminuisce mai, anzi resta costante ogni singolo giorno della tua vita e aumenta quando devi prendere delle decisioni importanti, quando hai delle responsabilità, quando non sai da che parte sbattere la testa con i tuoi figli, ad esempio.

 

Talvolta mi incazzo, perché non ho ancora accettato la sua morte, forse più in passato però; spesso piango ancora lacrime bagnate ma brevi, quelle che so solo io, altre volte mi ritrovo a farle domande come se fosse davanti a me e la prima risposta che mi passa per la testa, mi auto convinco che sia lei a rispondermi, che lei sia il mio angelo che mi protegge.

 

Quando la si ha, una madre, credo la sia dia molto per scontata, probabilmente è naturale; quando la si perde, invece, tutto ciò che prima era normale, dopo non lo è più e per carità, ci si abitua all’assenza piano piano, nel senso che si sopravvive, ma questa assenza non la si accetta mai e poi mai.

 

Talvolta mi concentro e provo a vedere se mi ricordo la sua voce: operazione difficoltosa, anche se credo di avvicinarmici abbastanza; oppure mi delineo nella mente qualche particolare del suo viso, delle sue mani che parlavano o del suo sguardo di mamma, quando mi conficcava letteralmente le mollette per capelli in testa, aiutandosi ad aprirle prima con le labbra… Quel momento lo odiavo, perché mi faceva male e perché dovevo accettare quella pettinatura con la riga in mezzo ed i capelli tutti tirati e ora non so cosa darei perché ripetesse quei gesti a mia figlia…

 

Accade che ritrovo delle vecchie foto e ricordo alla perfezione la maglia che indossava, gli anelli che portava e magari anche quella giornata precisa, con lei con la messa in piega appena fatta ed un filo di trucco; ricordo che alle volte aveva troppi dolori per andare dalla parrucchiera, allora insistevo per metterle i bigodini e le dicevo: ‘Adesso ti faccio bella!’ E lei ci stava! Poi le cotonavo i capelli, li riempivo di lacca e la guardavo tutta soddisfatta, lei era contenta, anche se dopo dieci minuti le scendeva tutto! Spesso mi chiamava ‘bastian contrario’ per quella mia tendenza a fare tutto il contrario di quello che mi dicevano di fare, oppure sottolineava che per me era tutto o bianco o nero, perché avevo difficoltà ad accettare i compromessi…

 

Quando sono particolarmente stanca e provata dai miei figli, quando mi pare di non avere sufficienti energie per gestirli, mi fermo in corridoio ad osservare una foto che ho appeso proprio lì per poterla sempre avere davanti: c’è lei seduta nel fogolar del nostro albergo con in braccio mia sorella minore, avrà avuto sei/otto mesi, mia sorella maggiore di 9/10 anni in parte ed io di 2/3 anni, avvinghiata a lei,come spesso facevo. E lei sorride, è serena con vicino le sue bambine, pur lavorando sempre e in qualche modo ce la faceva, in qualche modo andava avanti: quella foto mi dà sempre una grande forza d’animo perché poi mi ripeto che posso farcela anche io, che non importa se ho fatto una figlia a 40 anni, che ho tutti gli strumenti per farcela e pure col sorriso.

 

Ci ha amate tutte e tre allo stesso modo, ci ha dato tutto quello che aveva e che poteva, pur lavorando sempre prima e da ammalata, dopo. Non si lamentava mai, questo me lo ricorda spesso sua sorella, mia zia, la sua vita le bastava nonostante le difficoltà, forse perché amava ed era amata. Credo che la sua possa definirsi una vita esemplare, al pari di chi compie vicende straordinarie; perché la sua straordinarietà consisteva nella sua semplicità e autenticità, nel suo modo di vivere la quotidianità col sorriso e la gentilezza, nell’amore puro con cui ha tirato su le sue figlie ed accompagnato suo marito. Il giorno del suo compleanno mio papà le portava un grande mazzo di rose rosse a gambo lungo e lei le sistemava in un grande vaso sul tavolo verde scuro della nostra cucina vissuta, poi su un bigliettino annotava le cose che le mancavano: un apribottiglie, un pelapatate, oppure qualcosa che le si era rotto e non riusciva ad aggiustare da sola, nella speranza che lo facesse lui…

 

Mia mamma era nata il 2 febbraio a sette mesi e si chiamava Franca: il giorno è quello della Candelora, il quale rappresenta la rinascita dopo il letargo dell’inverno, con l’arrivo della primavera e della sua vitalità e il nome deriva dal latino ‘Francus’, che significa ‘libero’. E mia figlia si chiama proprio Franca, come augurio di esserlo sempre e di essere sempre schietta, pulita e sincera come lo era sua nonna.

 

 

 

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